Le antiche cure

Le antiche cure


Nel nostro vicinato c’erano molte donne che curavano le malattie con “i mexinas sadras” Erano riti che si tramandavano di madre in figlia, da una generazione all’altra e venivano accolti come eredità preziosa. Per molta povera gente erano garanzie economiche, perché se era vero che nessuno voleva essere pagato per questo genere di cure, neppure di fronte a guarigioni evidenti, d’altra parte chi veniva beneficato non poteva rimanere insensibile di fronte alle esigenze e necessità di colui che lo curava. Ed è così spiegato il motivo per cui veniva così gelosamente custodito il segreto delle medicine e dei riti.
Noi credevamo in questo genere di cure.
Mamma, appena io ero nata si era ammalata di una forma di dermatite che le aveva cosparso tutto il corpo di piaghe. Era rimasta molti anni malata così. Era stata ricoverata più volte, ma nessun medico aveva saputo porre rimedio al suo male.
Poi le avevano parlato di un vecchietto di Nuchis, un paesetto vicino a Tempio, che curava questo genere di malattie con un’antica medicina sarda alle erbe che componeva lui stesso.
A Nuchis mamma andava con zia Matilde Piano, che aveva una sorella sposata a Sassari.
Le braccia di mamma fumavano, sembravano stessero arrostendo sotto l’azione di quel liquido che il vecchietto le metteva con una penna di gallina. Mamma sentiva molto dolore; dopo qualche giorno, però, sulle piaghe si formava una crosticina e quando rientrava in paese stava già bene.
Tutti rimanevano sorpresi e dicevano che quell’uomo doveva essere un santo e che bisognava confidare nelle medicine antiche.
Zia Luisa aveva curato babbo quando aveva i brufoli che gli stavano scavando la pelle fino alle ossa con “s’arresigadura de fruccoi”. Grattugiava con un coltello il fusto secco di una pianta, faceva un impasto con lo strutto, lo metteva su un pezzo di tela e lo metteva nei brufoli.

Quando qualcuna aveva mal di pancia, mamma mandava a chiamare zia Gigina Muscas, perché “sciriada fai sa mexina de s’anima arrutta”
Zia Gigina era una santa donna che viveva in tre stanzette e un solaio con il marito e nove figli.
Quando il marito sollevava il gomito e lo vedeva arrivare barcollando e parlando male, lei prendeva un po’ di provviste e faceva salire tutti i figli nel solaio. Poi saliva lei e toglieva la scala. Il marito gliene diceva di tutti i colori, ma lei non gli badava.
Era come un acquazzone la sbornia del marito, diceva, bisognava solo aspettare che passasse.
Con tutti i problemi che aveva, sopportava tutto con una dignità amorevole e quando mamma la mandava a chiamare se qualcuno di noi aveva mal di pancia, lei veniva subito, felice di sdebitarsi del sostegno economico che mamma le dava nei momenti di necessità.
Per la cura del mal di pancia zia Gigina faceva stendere il malato su un tavolo; prendeva una moneta da dieci lire, la avvolgeva in un pezzo di tela come una bomboniera, la legava con filo, metteva un po’ d’olio ai capi e la metteva sullo stomaco del paziente. Diceva un paio di preghiere, poi prendeva un fiammifero, accendeva i capi della tela e dopo ci metteva sopra un bicchiere capovolto. Noi ragazzini ci avvicinavamo meravigliati.
Sotto il bicchiere la fiammella bruciava l’ossigeno e poi si spegneva, mentre la pelle si sollevava dentro il bicchiere.
Gli effetti benefici della cura erano immediati. Almeno, così diceva il paziente. Il rito però andava ripetuto un paio di giorni.

Zia Melania, la mamma di zia Gigiona, curava i porri. Bisognava rubare un pezzetto di carne. Non era peccato rubare un pezzetto di carne piccolo piccolo per la cura contro i porri; e poi si poteva prendere in casa stesso, l’importante era non farsi vedere da nessuno.
Quando le portavano la carne lei prendeva una gugliata di filo e faceva tanti nodi quanti erano i porri, poi facendo croci e crocette sopra i porri legava la carne con il filo e la sotterrava in un posto che non sapeva nessuno. A mano a mano che la carne andava in putrefazione guarivano i porri.
Mamma, invece, curava i dolori alle spalle con massaggi e preghiere: “is bregus”

Ma la vicina che aveva ricevuto un riconoscimento ufficiale dallo stesso medico per le evidenti guarigioni che facevano seguito alle sue cure era zia Maria Itria Martis. Aveva cominciato curando i suoi stessi figli: ne aveva una casa piena. Di tanto in tanto ne vedeva qualcuno che si rattristava lamentandosi per un dolore alla spalla o alla gamba. Allora lo prendeva, lo metteva a pancia in giù sopra un tavolo o in grembo, gli prendeva il braccino destro e lo faceva toccare con il piedino sinistro; poi ripeteva l’operazione con il braccino sinistro e il piedino destro. Dopo due minuti il bambino era in perfetta forma.
Una volta una figlia di zia Rosina Paschina era caduta da una scala e siccome non riuscivano a trovare il dottore l’avevano portata da zia Maria Itria Martis. Lei l’aveva subito presa in braccio e aveva cominciato a massaggiarla delicatamente: aveva le costole come accavallate. Dottor Martis si era complimentato con lei e quando qualcuno dei suoi pazienti aveva qualche distorsione raccomandava di andare da zia Maria Itria. Non solo, ma lui stesso si era fatto curare un polso slogato e un’altra volta si era fatto curare un brufolo che aveva nel braccio, con un impasto di uovo sbattuto, farina e malva.
Un’altra cura era “ sa mexina de s’ogu liau “ Qui lo specialista era tziu Battista Croccoriga, che faceva l’ambulante. Vendeva sapone, varecchina, legumi, un po’ di tutto, come fa la figlia Rosa oggi con suo figlio.
Era un uomo affabile, pronto al dialogo e ad entrare in comunicazione su qualsiasi argomento. Andava a vendere anche nei paesi vicini e tutti gli chiedevano consulenza quando qualcuno stava male. Lui era sempre pronto a “ fai sa mexina “ – Tantu dannu no faidi – diceva.
Spiegava che certi malesseri erano causati dallo sguardo di invidia che si poteva rivolgere a una persona facendola ammalare, e questo male si poteva togliere con la preghiera.
Bisognava versare cinque chicchi di grano in un bicchiere d’acqua e tre di sale grosso. Si recitavano tre Credo, tre Gloria Pater e tre Ave Maria, poi si aspergeva il paziente con l’acqua benedetta e si diceva: ” Sa manu de Deus ci siada!”
La preghiera era così:

Deus e sant’Antiogu,
Deus ti torridi s’ogu
e santu Pantaleu
ogu ti torridi Deus
e santa Mragalita
no ti fatzada dannu
né ogu, né lingua
e cun santu Antoi su fogu
Deus ti torridi s’ogu.



Una volta zia Lucia era andata fuori paese e aveva lasciato la figlia Tina come padrona di casa. Doveva fare le pulizie, la spesa, il pranzo e badare al bestiame: galline e maiale. Come padrona di casa, nulla da dire, la casa era come uno specchio. Quando attraversava il cortile per uscire vedeva le galline e allora si ricordava che dovevano mangiare quelle povere bestie e provvedeva a dare il grano e cambiare il recipiente dell’acqua. Ma del maiale si era completamente scordata! L’ultimo giorno aveva cercato di porre rimedio e “dd’iada donau una misura de faa prena a cuccuru”, il maiale l’aveva mangiato tutto, ma quando era arrivata la mamma, era mezzo morto.
Possiamo ben immaginare la disperazione di questa povera donna, considerando la sicurezza che il maiale offriva per l’alimentazione della famiglia nei mesi freddi dell’anno. Tina non aveva il coraggio di dirle la verità e la mamma non riusciva a capacitarsi al pensiero che quando era partita l’aveva lasciato sano come un pesce.
– Ddi depintai pigau ogu! Diceva.
Andavano e venivano le vicine per avere notizie del maiale e tutte scuotevano il capo per quella disgrazia capitata in casa di zia Lucia.
Passa zio Battista e tutte a raccontargli della disgrazia capitata al maiale, e zia Lucia lo invita a casa sua per fare al maiale “ sa mexina de s’ogu liau” –Tanti dd’hanti pigau ogu a su procu miu – diceva.
Zio Battista si avvia verso la cella del maiale che zia Lucia gli indicava e tutte le vicine dietro. Appena lo vede dice subito:
– Gomai, no esti ogu pigau, no! Su procu esti congestionau! –
Ziao Battista “ sa mexia de s’ogu liau “ gliel’aveva fatta lo stesso, ma aveva ragione che il maiale era congestionato.
E in ogni modo…il maiale era guarito.